🤖 Cosa significa "sovranità" nell'era dell'IA? - Legge Zero #122
Al G7 di Évian i CEO dell'IA sono stati trattati come capi di Stato. Fuori dalle frasi di circostanza, però, al momento non ci sono standard e regole condivise. Vige la legge del più forte: gli USA.

🧭 TL;DR: ecco di cosa ci occupiamo in questo numero
Al G7 di Évian (16-17 giugno 2026) i CEO dei principali laboratori IA (Altman, Amodei, Hassabis) sono stati trattati come capi di governo e hanno chiesto una governance dell’IA a guida USA, con la Cina esclusa.
I leader G7 sono ancora divisi sulle regole, le aziende, invece, compatte nel rafforzare il ruolo di Washington (che non solo controlla l’accesso ai modelli ma valuta persino di entrare nel capitale dei laboratori di frontiera).
In risposta a questa situazione sempre più preoccupante, Francia, Germania e UE stanno cercando di dare concretezza agli slogan di sovranità digitale con norme e contratti. L’Italia, per ora, è assente dal dibattito.
In questo quadro, lo studio Europe 2031 avverte: senza sovranità, l’Europa rischia l’irrilevanza tecnologica e il disastro sociale entro il 2031. “La sovranità è più facile da annunciare che da costruire.”
🌐 Un nuovo ordine globale
Guardate bene la fotografia con cui si apre questa newsletter. Mercoledì 17 giugno 2026, Évian-les-Bains, riva francese del Lago di Ginevra. È l’ultimo giorno del vertice G7 e la sessione di chiusura è dedicata all’intelligenza artificiale. Si svolge un pranzo di lavoro dal titolo “Garantire un’implementazione sicura, rapida ed efficace dell’intelligenza artificiale”, ma al tavolo non siedono solo i capi di Stato dei sette paesi più industrializzati del mondo. Le delegazioni governative sono allargate. Per esempio, per l’amministrazione USA, oltre al Presidente Donald Trump, ci sono il segretario al Tesoro Scott Bessent, il segretario di Stato Marco Rubio e - tenetelo a mente - il segretario al Commercio Howard Lutnick. Ma al pranzo non partecipano solo rappresentanti governativi. Accanto a loro, infatti, ci sono una dozzina di amministratori delegati del settore tech.
Tra questi - oltre a Uljan Sharka, CEO di Domyn, l'azienda che sta provando a costruire un modello IA “sovrano” in lingua italiana - siedono Sam Altman (OpenAI), Dario Amodei (Anthropic), Demis Hassabis (Google DeepMind) e Arthur Mensch (Mistral).
La scena è molto potente. Per la prima volta i privati che costruiscono i modelli IA non sono auditi dai rappresentanti di governi democraticamente eletti, ma vi siedono accanto come pari. Non si tratta certo di una novità. Da anni le grandi piattaforme digitali hanno cominciato ad atteggiarsi come Stati: si sono date proprie “regole” e veri e propri meccanismi di enforcement. L'esempio più noto è l'Oversight Board di Meta, una sorta di “corte suprema” privata che decide in via semi-indipendente sui contenuti rimossi.
Ma il pranzo di Évian è un salto di livello. Come ha notato qualcuno, le più importanti democrazie hanno deciso di trattare i capi dei laboratori come “capi di Stato” - l'equivalente di nazioni che costruiscono l'infrastruttura economica e di sicurezza del futuro - non solo come amministratori delegati di aziende tecnologiche. Lo stesso Altman, ad esempio, ha posato per le foto bilaterali con Macron davanti alla bandiera francese, nella sedia di solito riservata a un presidente o a un cancelliere.
Non si tratta di una casualità, il CEO di OpenAI - durante l’incontro - ha detto:
Siamo un'azienda americana e saremo soggetti alle leggi degli Stati Uniti. Ma riconosciamo e apprezziamo profondamente la sovranità delle nazioni democratiche presenti in questa stanza.
Sì, avete letto bene. Riconoscere la sovranità è, di norma, un gesto tra Stati, un atto del diritto internazionale che un soggetto sovrano compie verso un suo pari. A pronunciarlo, qui, è l’amministratore delegato di un’azienda privata che così, con una parola, conferma il “salto di livello” e il rango con cui sente di sedersi a quel tavolo.
D’altronde, lo scontro tra Anthropic e Trump (di cui abbiamo parlato nell’ultimo numero di LeggeZero) rappresenta, in questa cornice, soltanto un esempio di un conflitto che potrebbe diventare strutturale: governi contro aziende private sul controllo di un prodotto capace di minacciare la sicurezza nazionale e globale.
Insomma, i techBRO sono entrati nell’alta diplomazia e questo rende ancora più urgente rispondere a una domanda: di chi è l’intelligenza artificiale che usiamo ogni giorno?
🍽️ Cosa hanno chiesto i CEO?
Non abbiamo indiscrezioni sul menu di questo storico pranzo di Évian. Sappiamo, però, che durante l’incontro i capi dei laboratori di frontiera USA non hanno chiesto meno regole. Hanno chiesto le loro regole. Amodei e Hassabis hanno rilanciato la proposta di una coalizione a guida statunitense di Paesi democratici, incaricata di fissare standard comuni per lo sviluppo, la valutazione e la governance dei modelli avanzati ma, allo stesso tempo, hanno proposto di negare modelli di frontiera e chip avanzati alla Cina. Il Canada, a quanto pare, avrebbe detto subito sì.
Altman, dal canto suo, ha proposto un forum internazionale per test e benchmark di sicurezza condivisi, accompagnando la proposta con una frase che vale la pena riportare per intero:
Non cedete le vostre responsabilità a laboratori di IA come il mio.
Nessun singolo laboratorio dovrebbe prendere le decisioni.
Una frase ineccepibile, pronunciata però dall’uomo che dirige una di quelle aziende, al tavolo dei pochissimi che decidono.
Proprio sul tema delle regole,c’è un contrasto che vale la pena mettere a fuoco. Sul piano della governance, i sette grandi non hanno espresso una posizione unitaria: nessun quadro comune, nessun annuncio regolatorio, riferimenti all’IA annacquati nelle dichiarazioni finali e la consueta faglia tra l’approccio europeo (ben rappresentato dall’AI Act) e la riluttanza americana agli impegni multilaterali. Lo stesso Macron, il padrone di casa, ha dovuto invitare le democrazie a cooperare sulle regole, segno che la cooperazione è - per il momento - solo un auspicio.
Le aziende, al contrario, sono apparse molto più compatte. E, guarda caso, convergono tutte nella stessa direzione: rafforzare il ruolo del proprio governo - quello statunitense - e tenere fuori dalla stanza l’unico soggetto capace di contendere agli USA la leadership nella AI race, la Cina. I capi di Stato divisi, i laboratori uniti. E uniti su una linea che fa, prima di tutto, gli interessi di Washington.
Il punto su cui riflettere non è la nobiltà delle intenzioni (che non è in discussione), ma la geometria del potere tecnologico che quelle proposte disegnano: una governance globale dell’IA a guida USA, in cui l’accesso ai modelli migliori è - per tutti gli altri - una concessione, non un diritto.
A Évian, infatti, i leader del G7 hanno discusso - in larga parte trattando proprio con il segretario al Commercio Lutnick (lo stesso che una settimana fa ha inibito l’esportazione dei modelli Mythos di Anthropic) - uno schema di accesso riservato a “trusted partners”. In questo schema, il mondo sarebbe diviso in due: da un lato Paesi o aziende “fidati” a cui consentire l’uso dei modelli USA più avanzati, dall’altro i rivali come la Cina e i Paesi che ricadono nella sua area di influenza a cui inibirlo.
Lo stesso Macron si è detto fiducioso che nelle prossime settimane si faranno progressi sull’accesso a Mythos, il modello di Anthropic. Secondo il Presidente francese, tra l’altro, sarebbe nell’interesse di Washington rendere Mythos più ampiamente disponibile, perché nessuno comprerà IA americana se teme che possa essere spenta da un momento all’altro.
Ma guardiamo i fatti da un’altra visuale. Di fronte a un modello che è stato appena spento per gli stranieri, i paesi europei al G7 non discutono di come costruire la propria autonomia, per ora discutono di come ottenere il permesso di accesso ai modelli altrui.
Chiedere di entrare nella lista dei “fidati” è l’esatto contrario della sovranità e pone l’Europa in una posizione di dipendenza (tecnologica).
Tra l’altro, ad aggravare il quadro c’è un’ipotesi a cui starebbe lavorando - per conto di Trump - direttamente il vicepresidente USA JD Vance.
Vance, ospite del podcast “The Diary of A CEO”, ha confermato che Trump è favorevole a far entrare lo Stato nel capitale dei grandi laboratori IA, "come una specie di fondo sovrano di investimento”.
Colloqui preliminari con alcuni operatori - come OpenAI - ci sarebbero già stati, mentre Anthropic, per ora, dichiara di non essere stata interpellata.
Si tratta di più di una boutade, visto che sul fronte opposto (quello democratico), anche il senatore Bernie Sanders ha presentato l’American AI Sovereign Wealth Fund Act. La proposta prevede una tassa una tantum del 50% - pagata in azioni - sul capitale delle maggiori aziende di IA (quelle con oltre 200 milioni di dollari di ricavi annui). Quelle quote confluirebbero in un fondo sovrano (stimato in circa 7.000 miliardi di dollari), gestito da una commissione indipendente che userebbe i diritti di voto per bloccare le decisioni dannose per i cittadini e che distribuirebbe un dividendo annuo stimato in circa 1.000 dollari a persona.
Se si realizzassero gli scenari a cui stanno lavorando repubblicani e democratici americani, non solo la dipendenza tecnologica del resto del mondo diventerebbe ancora più evidente, ma il paradosso sarebbe doppio: gli USA si appresterebbero a diventare, allo stesso tempo, azionista e regolatore dei modelli che dovrebbero controllare.
🇪🇺 Sovranità digitale europea: dagli slogan ai fatti?
In Europa, per anni, il termine “sovranità digitale” è stato una formula da convegno. La settimana di Évian, invece, l’ha resa una questione centrale.
C’è da dire che l’Europa negli ultimi tempi ha iniziato a muoversi. Già con la Dichiarazione sulla sovranità digitale del Consiglio dell’Unione Europea del novembre 2025 gli Stati membri avevano riconosciuto la dipendenza tecnologica come vulnerabilità strategica.
Successivamente, il 3 giugno 2026, pochi giorni prima del G7, la Commissione ha presentato il Tech Sovereignty Package: Chips Act 2.0, Cloud and AI Development Act (CADA), strategia Open Source. La premessa di questa strategia è che l’UE dipende da Paesi terzi per oltre l’80% dei prodotti, servizi e infrastrutture digitali chiave. Per la prima volta la dipendenza non è descritta come un’inefficienza di mercato da tollerare, ma come un rischio da correggere per legge.
Queste iniziative si aggiungono alle tante norme che nell’ultimo decennio sono state adottate dall’Unione Europea per conservare un controllo (di utenti, imprese, amministrazioni e autorità) su dati, piattaforme e algoritmi. Uno degli esempi più evidenti in questo senso è rappresentato dalle regole contenute nel GDPR (il Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali) che limitano i trasferimenti dei dati personali dei cittadini UE verso Paesi terzi privi di un livello di protezione adeguato. Contro norme di questo tipo (che esistono anche in India, Brasile, Indonesia, Sudafrica) si è attivato addirittura il segretario di Stato USA Marco Rubio che - in un cablogramma del 18 febbraio 2026 inviato a tutte le ambasciate americane nel mondo - ha istruito i diplomatici statunitensi a fare pressione (lobbying) all'estero contro le leggi di "data sovereignty" e "data localization" (tra i bersagli viene citato espressamente il GDPR).
Attenzione, però. La sovranità non è soltanto un tema normativo e geopolitico. Lo ha mostrato in modo magistrale Andrea Amani - security engineer - che ha letteralmente smontato Llama 3.1:8b, un “piccolo” modello open source di Meta, per capirne il funzionamento. E ha scoperto una cosa molto interessante che riguarda i token.
I token sono i frammenti in cui il modello spezza il testo che legge e produce: a volte una parola intera, a volte solo un pezzo (la parola "depone", per esempio, può essere divisa in "dep" + "one"). Il modello non vede lettere né parole, vede token e li conta. E contarli non è un esercizio teorico: il token è l'unità di misura con cui questi servizi si pagano. I provider - fuori dai piani “tutto compreso” - fatturano a token, sia quelli che diamo in input sia quelli che il modello genera in output. E più token consumiamo, prima riempiamo la "memoria di lavoro" del modello (la finestra di contesto) e meno spazio gli resta per ragionare.
Ebbene, Amani ha scoperto che - poiché i token alla base del modello sono disegnati sull’inglese - un testo italiano consuma più token di uno inglese. Riempie prima la finestra di contesto, costa di più e lascia al modello meno “spazio” per ragionare. È quello che Amani chiama il bias architetturale degli LLM americani: il costo d’uso per i non anglofoni è maggiorato per definizione. Insomma, un vocabolario costruito su testo inglese tratta le altre lingue come cittadini di seconda classe.
Un paper accademico mostra che adottare un vocabolario di token costruito per l'italiano, come quello di Minerva (LLM dell’Università La Sapienza), riduce di circa il 25% il numero di token necessari rispetto anche all’europeo Mistral. Questo significa meno costi e più efficienza del modello, a parità di richieste. La sovranità (anche linguistica), insomma, diventa una questione economica.
A questo proposito, c’è da notare che quello dei modelli “nativi” non è un fronte solo europeo: anche Giappone e Corea del Sud hanno investito in LLM localizzati come scelta di politica industriale.
📝 La sovranità (e l’indipendenza) passa dai contratti
Scrivere norme o costruire modelli “nativi” è la faccia più visibile della sovranità applicata all’IA, ma c’è anche un’altra strada.
Paesi e aziende, specialmente negli ultimi mesi, stanno lavorando su un terreno meno appariscente: quello dei contratti e delle gare d’appalto.
🇫🇷 Francia. La DGSI, l’intelligence interna, ha mollato Palantir - la società americana di analisi dati legata a Peter Thiel e nata con i capitali di In-Q-Tel, il fondo di venture capital della CIA, oggi fornitrice di Pentagono, intelligence e polizia statunitensi - per ChapsVision, una concorrente francese. È successo lo stesso giorno in cui ogni funzionario pubblico ha avuto a disposizione un assistente IA basato su Mistral (provider francese) e il governo ha impegnato 655 milioni di euro sull’IA sovrana.
🇩🇪 Germania. Stesso copione della Francia: l’intelligence interna (BfV) ha preferito ChapsVision a Palantir e anche l’esercito ha annunciato lo stop ai prodotti della società fondata da Thiel. E sull’IA pubblica, i governi di Berlino e Parigi hanno unito le forze con SAP e Mistral per costruire un’IA sovrana per la pubblica amministrazione (agenti a supporto dei funzionari, automazione dei flussi di lavoro), tutto - cloud compreso - dentro un perimetro europeo.
🇪🇺 Unione europea. Persino Bruxelles ha tradotto la sovranità in procurement. La gara cloud da 180 milioni di euro, fondata sul nuovo Cloud Sovereignty Framework è già stata aggiudicata a quattro fornitori europei (tra i quali c’è Mistral).
🇮🇹 In Italia, al momento, non si segnalano scelte forti in materia di sovranità digitale né a livello regolatorio né di procurement. Nel nostro Paese, il tema non sembra ancora uscito dai convegni e arrivato a decisori, come dimostra il fatto che - contrariamente a quanto accaduto in altri stati europei - nessun politico o rappresentante delle istituzioni abbia commentato quanto successo ai modelli Mythos, bloccati la scorsa settimana dal governo USA.
🚢 Ma la sovranità non è un tema che interessa solo Stati. Il terzo armatore mondiale di navi, il gruppo francese CMA CGM, ha dichiarato di essere stato il primo cliente di Mistral a dotare l’intera azienda di un sistema interno di agenti IA - software che non si limitano a rispondere, ma svolgono compiti al posto dei dipendenti - usato su vasta scala e non come semplice progetto pilota. Nella scelta di usare Mistral ha pesato il fatto che si tratta di una tecnologia europea (che non può essere controllata né spenta da altri governi).
⏩ Senza sovranità digitale, il modello sociale europeo andrà in frantumi
Pochi giorni prima del vertice di Évian, un gruppo di ricercatori, analisti e investitori europei ha pubblicato Europe 2031: uno scenario che immagina, anno dopo anno, come l’Europa possa scivolare nell’irrilevanza tecnologica, con un epilogo ambientato nel 2034.
Colpisce che alcuni capitoli - ambientati proprio in questi mesi del 2026 - descrivono quasi alla lettera ciò che è appena accaduto: un modello di frontiera che taglia fuori l’Europa e un ordine esecutivo della Casa Bianca che richiede l’approvazione governativa per ogni modello IA rilevante.
I numeri proiettati dal saggio danno la misura della posta in gioco. Nello scenario, entro il 2031 gli Stati Uniti potrebbero disporre di 255 gigawatt di capacità di calcolo contro i 21 dell’Europa (un divario di oltre dodici volte); in questo quadro il nostro continente ospiterebbe appena il 5% del compute mondiale, mentre le aziende americane ne controllerebbero il 70%.

Nell’epilogo del 2034, secondo i ricercatori, l’Europa sarebbe ormai marginale e il suo modello sociale in frantumi. La diagnosi degli autori è netta:
la sovranità è più facile da annunciare che da costruire e l’Europa dipende dall’IA americana, ma gli Stati Uniti non hanno alcuna dipendenza dall’Europa.
Il messaggio, però, non è fatalista: il declino non è ancora inevitabile.
Per scongiurarlo, secondo i ricercatori, l’Europa dovrebbe portare il calcolo “sul proprio suolo” (questo significa data center, chip ed energia “ancorati al pavimento europeo”, costruiti “come un Paese in guerra”), stringere alleanze strategiche con una coalizione di medie potenze (come Regno Unito, Giappone e Corea del Sud), investire in robotica e IA industriale, riformare il lavoro sul modello danese della flexicurity per prepararsi all’era dei licenziamenti dovuti all’IA.
Lo scivolamento dell'Europa nell'irrilevanza non era inevitabile. Anche nel 2026 il continente poteva ancora cambiare rotta, se avesse avuto il coraggio e la volontà politica di prendere misure drastiche.
😂 IA Meme
A proposito di IA sovrane, dopo il blocco dei modelli di frontiera di Anthropic c’è chi ironizza sulle qualità dei modelli europei (come Mistral) e introduce un nuovo benchmark in cui eccellerebbero: gli adempimenti alle norme UE.
Fa ridere, ma anche riflettere.

🙏 Grazie per averci letto!
Per ora è tutto, torniamo la prossima settimana.
Se la newsletter ti è piaciuta, sostienici: metti like, commenta o fai girare!






Questa puntata è tanto interessante quanto inquietante. Mi sembra che gli unici data center di frontiera che vengono costruiti in Europa sian quelli di proprietà delle big tech targate USA. In questo momento personalmente non vedo la luce in fondo al tunnel ma spero di essere troppo pessimista.