
⚖️ Capire l’IA attraverso i processi
Si è chiuso uno dei grandi contenziosi del settore dell’intelligenza artificiale: Musk Vs. Altman (e OpenAI).
Nel primo episodio vi avevamo raccontato come è nato il processo civile più atteso dell’anno - Elon contro Sam - e come si era svolta la sua prima, turbolenta settimana nell’aula 1 del Tribunale di Oakland (California).
Oggi vi diciamo come è andata a finire. E, soprattutto, cosa ci portiamo a casa.
📋 Cominciamo dal verdetto
Dopo tre settimane di dibattimento, numerosi testimoni e migliaia di pagine di documenti, tutto si è deciso in meno di due ore. A volte accade, gli avvocati lo sanno bene.
È questo il tempo che la giuria popolare di Oakland ha impiegato, lunedì 18 maggio 2026, per emettere il proprio verdetto: tutte le domande di Elon Musk sono state respinte. La giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha immediatamente fatto proprio il giudizio (formalmente non vincolante) dei nove giurati, chiudendo così il caso in primo grado.

Attenzione, però, al punto decisivo: la giuria non è entrata nel merito. Non ha stabilito se OpenAI abbia o meno tradito la sua missione non profit. Si è fermata molto prima, su una questione di tempo. I nove giurati hanno ritenuto - all’unanimità - che Musk avesse depositato la propria azione troppo tardi, oltre il termine di prescrizione (lo statute of limitations) previsto dal diritto americano. OpenAI, durante il processo, aveva sostenuto che Musk fosse a conoscenza del piano for profit da anni, ben prima di portare la società in tribunale nel 2024.
Musk, fedele a sé stesso, ha commentato il verdetto su X (dopo settimane di silenzio imposto dalla giudice) bollandolo come un “calendar technicality” - un cavillo burocratico - e ha annunciato che farà appello.
E così, mentre i protagonisti tornano, per ora, alla gestione delle loro aziende e dei loro cospicui patrimoni, a noi resta il compito più interessante: capire, superata la cronaca, cosa questo processo ci ha insegnato sul settore dell’IA. Per farlo, conviene riavvolgere il nastro agli ultimi giorni di dibattimento: le dichiarazioni degli avvocati e, soprattutto, le testimonianze dei protagonisti.
👨🏻⚖️ Cosa hanno chiesto gli avvocati
Prima che la giuria si ritirasse, si sono tenute le dichiarazioni conclusive, che hanno riproposto - amplificandoli - i frame narrativi già visti nelle dichiarazioni di apertura.
Steven Molo, per Musk, ha ribadito che OpenAI non ha reso open source la propria tecnologia, non ha messo al primo posto la sicurezza e ha arricchito insider e investitori - Altman, Brockman e Microsoft - a spese di Musk. Ha insistito soprattutto sulla credibilità di Altman, ricordando che tre ex membri del board di OpenAI hanno testimoniato di essere stati ingannati da lui. E ha chiuso con una domanda iconica destinata alla giuria:
attraversereste un ponte sospeso a 45 metri sopra un fiume, se fosse costruito sulla “versione della verità di Altman”?
Per OpenAI, gli avvocati Sarah Eddy e William Savitt hanno rovesciato il quadro: Altman e Brockman non avrebbero mai preso impegni con Musk sulla struttura societaria e i fondi donati sarebbero stati spesi correttamente. La sintesi, affidata a Eddy, è stata netta: “A lui non è mai importato nulla della struttura non profit.” Il vero obiettivo di Musk, hanno sostenuto, non era proteggere l’umanità dall’AGI, era controllarla.
Russell Cohen, per Microsoft, ha tenuto la linea defilata di sempre: “Microsoft è stata diligente a ogni passaggio” e non ha mai saputo che sulle donazioni di Musk pesassero condizioni di sorta.
🎙️ Quello che è stato detto sotto giuramento
Al di là del verdetto, la cosa più preziosa di questo processo sono le testimonianze. Per la prima volta, i protagonisti del settore dell’IA - di solito attentissimi a una comunicazione molto pulita e retorica, quasi asettica - hanno dovuto raccontare sotto giuramento cosa è successo davvero dietro le quinte. E quello che ne esce è il ritratto più nitido che abbiamo di come funziona, concretamente, l’industria che sta costruendo l’intelligenza artificiale (almeno in Silicon Valley).
Sam Altman
Il CEO di OpenAI è rimasto sul banco dei testimoni per giorni. Ha negato di aver mai promesso a Musk di mantenere la struttura non profit e ha rovesciato l’accusa: è Musk ad aver abbandonato la non profit (testualmente ha detto, fu “left for dead”, lasciata morire). Ha raccontato che l’uscita di Musk nel 2018 fu addirittura un “morale boost” per alcuni ricercatori, demotivati dai suoi metodi di gestione, aggiungendo una battuta tagliente:
Non credo che Mr. Musk capisca come si manda avanti un buon laboratorio di ricerca.
L’avvocato di Musk lo ha incalzato a lungo sulla sua credibilità e sui suoi presunti conflitti di interesse con società che fanno affari con OpenAI. Alla domanda diretta - “dice sempre la verità?” - Altman ha risposto: “Sono sicuro che ci sono stati momenti, nella mia vita, in cui non l’ho fatto.” Ha poi accusato Musk di aver tentato di “uccidere” OpenAI, fondando un concorrente (xAI), provando a sottrarle i talenti e mettendo in atto “interferenze commerciali”.
Letta in controluce, la testimonianza di Altman - al netto del deterioramento dei rapporti con Musk - ci dice che costruire un laboratorio di IA di frontiera è prima di tutto una guerra per i talenti e per la narrazione. E i confini tra missione, ego e interesse personale sono molto più sfumati di quanto raccontino i comunicati stampa.
Shivon Zilis
Tra i testimoni più attesi c’era Shivon Zilis, dirigente di Neuralink, ex membro non votante del board di OpenAI e madre di quattro figli di Musk (oltre che ricorrente nella causa accanto al CEO di Tesla). La sua posizione era delicatissima, ma ha tenuto a precisare che il legame personale non ha mai influenzato le sue scelte nel consiglio: “Il mio impegno era verso il risultato migliore, l’IA per l’umanità.”

Il suo racconto è prezioso perché Zilis ha fatto a lungo da tramite tra Musk e i vertici di OpenAI (“a volte erano un po’ incapaci di parlarsi”, ha detto dei fondatori). Ha rivelato anche dettagli inediti: a un certo punto Musk voleva far confluire OpenAI dentro Tesla e aveva offerto ad Altman un posto nel board della casa automobilistica; inoltre, mentre era ancora consigliere, aveva chiesto ad Andrej Karpathy (uno dei guru dell’IA, ora ad Anthropic) “una lista delle persone migliori di OpenAI da soffiare”. Ma il punto più pesante è un altro: Zilis ha confermato che i quattro discutevano della struttura societaria - comprese diverse opzioni for profit - “alla nausea” già tra il 2017 e il 2018.
È proprio questo dettaglio - che Musk fosse al corrente delle ipotesi for profit fin dall’inizio - ad aver rafforzato la tesi della prescrizione su cui poi la giuria ha deciso.
Satya Nadella
La testimonianza del CEO di Microsoft è forse la più illuminante sul piano industriale. Nadella ha difeso la partnership con OpenAI e ha confermato che Musk non gli ha mai sollevato obiezioni. Ma il passaggio più rivelatore riguarda la potenza di calcolo: investire in OpenAI, ha detto, è stata una “one-way door”, una porta a senso unico. Microsoft non poteva costruire due supercomputer - uno per sé e uno per OpenAI - e ha dovuto accettare il costo/opportunità di sottrarre risorse di calcolo scarse ai propri team interni di IA.
A rendere tutto plastico è un’email di Nadella dell’aprile 2022, mostrata in aula: “Non voglio essere IBM e che OpenAI sia Microsoft”, cioè la paura di restare il partner ingombrante ma superato. Nadella ha anche ammesso che, durante il caotico licenziamento-lampo di Altman del novembre 2023, a Microsoft non fu mai data una ragione chiara, nonostante l’enorme investimento.
La testimonianza di Nadella ci dice che l’IA di frontiera non è solo software. È infrastruttura, GPU e capitale, in quantità tali che persino Microsoft deve scegliere a chi dare il proprio supercomputer. È qui che si capisce perché un laboratorio di ricerca, per competere, è costretto a legarsi a un gigante del cloud (anche a costo di rinunciare a un pezzo della propria indipendenza).
Ilya Sutskever
L’ex chief scientist di OpenAI - uno dei ricercatori più rispettati al mondo - ha confermato in aula l’esistenza di un memo da 52 pagine, con tanto di screenshot, preparato per giustificare la rimozione di Altman dal vertice di OpenAI nel novembre 2023. In quel documento scriveva che “Sam mostra un costante schema di menzogne, mina i suoi dirigenti e li mette l’uno contro l’altro.” Ha dichiarato di averci lavorato per circa un anno e di averne discusso a lungo con l’allora CTO Mira Murati.
Dalla sua deposizione è emerso anche il retroscena clamoroso dei giorni successivi alla cacciata di Altman: il board arrivò a valutare una fusione con Anthropic, la società rivale. Sullo sfondo, una motivazione precisa: per Sutskever, Altman era il tipo di “politico” abile nel gioco di potere ma poco adatto alla responsabilità ultima di sviluppare in sicurezza l’AGI (l’intelligenza artificiale forte).
Dalla testimonianza di Ilya (in Silicon Valley lo chiamano tutti così) emerge che la governance di questi laboratori è fragile e personalistica. Le decisioni che valgono centinaia di miliardi - e che riguardano una tecnologia potenzialmente trasformativa per l’umanità - possono dipendere da uno scontro tra ego.
Greg Brockman
Il presidente di OpenAI è stato a lungo sul banco, ma uno dei momenti più commentati è arrivato quando ha dichiarato: “sinceramente non sono mai stato del tutto sicuro di cosa mi stiano accusando.” Costretto a confrontarsi con il suo stesso “diario” del 2017 - quello in cui scriveva che dichiararsi impegnati per la non profit sarebbe stata “una bugia” - l’ha definito un insieme di annotazioni personali, mai pensate per diventare pubbliche, e ha detto che vederle usate in tribunale è stato “molto doloroso”.
Brokman ha contestato la ricostruzione di Musk e ha raccontato la sua versione della rottura del 2018: appreso che non avrebbe avuto il controllo, Musk si sarebbe alzato girando attorno al tavolo, tanto che Brockman “pensava lo avrebbe colpito”.
La cosa che più risalta della sua testimonianza, oltre al valore delle sue quote di OpenAI (circa 30 miliardi di dollari), è che il presidente di uno dei laboratori più importanti al mondo ammette in aula di non aver chiaro il senso di un’accusa che ruota attorno alla missione della sua stessa società. È il segno di quanto, in quel mondo, la “missione” sia stata vissuta più come racconto che un vincolo.
Stuart Russell
Come avevamo anticipato nel primo episodio, il professore di Berkeley Stuart Russell - tra i massimi esperti mondiali di sicurezza dell’IA - era l’unico testimone esperto chiamato da Musk (a 5.000 dollari l’ora). Il suo compito: spiegare alla giuria che questa tecnologia è abbastanza pericolosa da preoccupare. Ma la giudice Gonzalez Rogers, accogliendo le obiezioni di OpenAI, gli ha vietato di parlare dei rischi esistenziali dell’IA, ribadendo che “questo non è un giudizio sull’IA”.
Russell è comunque riuscito a illustrare una gamma di rischi più tecnici - dalle minacce alla cybersicurezza ai problemi di misalignment - e ad arrivare al punto che gli sta più a cuore: la natura “winner take all” della corsa all’AGI e la tensione strutturale tra lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generale e la sua sicurezza. Lui stesso, del resto, aveva firmato (insieme a Musk) l’appello del marzo 2023 per una moratoria di sei mesi nello sviluppo.
Nel controesame, gli avvocati di OpenAI hanno avuto buon gioco a fargli ammettere che non stava valutando né la struttura societaria di OpenAI né le sue specifiche politiche di sicurezza.
In ogni caso, grazie alla sua testimonianza, è chiaro che la paura che l’AGI finisca nelle mani di una sola organizzazione (chi arriva primo prende tutto), ha spinto i fondatori di OpenAI a cercare capitali sempre più ingenti.
📦 Cosa ci portiamo a casa
Se questo processo avesse una colonna sonora, sarebbe senza dubbio “Mo’ Money Mo’ Problems” di Notorious B.I.G. (per chi non la conoscesse: è il brano che dice che all'aumentare dei soldi aumentano, inesorabilmente, i problemi). Perché è esattamente quello che è successo.
OpenAI nasce nel 2015 come laboratorio di ricerca senza scopo di lucro, “a beneficio dell’umanità”. Poi arrivano i soldi: prima quelli di Musk, poi il miliardo di Microsoft, poi altri dieci, fino a una valutazione che oggi sfiora gli 852 miliardi di dollari. E con i soldi arrivano i problemi: un fondatore che si sente tradito, un CEO licenziato, un presidente che mette per iscritto che “sarebbe bello fare i miliardi”.
Il verdetto ha dato ragione a OpenAI, ma per una questione di procedura, non sul merito. Eppure qualcosa rimane, soprattutto per il grande pubblico - come noi - che in questi mesi ha seguito la vicenda. Ecco alcuni punti su cui vale la pena riflettere.
1. Le domande restano aperte.
La giuria ha impiegato meno di due ore. Non perché il caso fosse semplice, ma perché non ha mai dovuto affrontarlo nel merito. Musk (o meglio, i suoi legali) aveva lasciato decorrere il termine per agire in giudizio e nel diritto americano - come in quello italiano - chi aspetta troppo perde il diritto di bussare alla porta di un tribunale.
Sul punto centrale - se OpenAI abbia o meno tradito la missione non profit - la corte non si è mai pronunciata. Su quello, però, tutti possono farsi la propria opinione.
2.L'AI safety (forse) è ancora uno slogan.
Il momento simbolo lo avevamo già raccontato nel primo episodio: l’avvocato di OpenAI chiede a Musk se sa cos’è una system card (il documento di trasparenza che i provider pubblicano insieme ai modelli più importanti per descriverne capacità, rischi e test di sicurezza), ormai prassi standard del settore. Musk sorride, perplesso: “Why a card?”. Il fondatore di xAI, l’uomo che ha costruito la causa (e buona parte della propria immagine pubblica) sulla difesa dell’umanità dai rischi dell’IA, non riconosce lo strumento di base con cui il settore rende conto della sicurezza dei propri modelli.
Non è solo un inciampo personale. Per tutto il processo la sicurezza è stata invocata da tutti - Musk che evoca l’estinzione dell’umanità, Russell che denuncia la arms race - ma mai trattata da nessuno come una priorità operativa, fatta di obblighi, verifiche e responsabilità. Nel dibattimento la safety è apparsa per quello che troppo spesso è: un argomento narrativo e un’arma processuale. E quando la giudice ha tagliato corto - “questo non è un giudizio sull’IA” - ha certificato che nemmeno questo tribunale era la sede per occuparsene.
Questo significa che finché la sicurezza resterà volontaria - una card pubblicata per scelta e non per obbligo, che un CEO del settore può permettersi di non saper esistere - rimarrà uno slogan: utile nei keynote e sui social, molto meno nei laboratori.
3. La “distillation” è prassi di mercato.
Al quarto giorno del processo, Musk ha ammesso in controesame che xAI distilla i modelli di OpenAI per addestrare i propri. Anzi, ha aggiunto che si tratta di prassi standard tra tutti i laboratori.
La distillation consiste nell’addestrare un modello sulle risposte generate da un altro modello. Una pratica che viola i termini di servizio di OpenAI (così di tutti i principali LLM), il che rende plausibile che sia avvenuta tramite account fraudolenti o comunque non autorizzati.
La giustificazione di Musk? “Lo fanno tutti.” Possiamo pacificamente dire che non si tratta di una difesa giuridica, ma di una descrizione accurata del settore.
Ma che succede quando una pratica viola i termini di servizio di mezzo settore e, nonostante ciò, tutti vi fanno ricorso?
4. I laboratori AI hanno una governance opaca. OpenAI è solo la punta dell’iceberg.
Tra i documenti prodotti in giudizio, il più rivelatore resta il “diario” digitale di Greg Brockman, scritto subito dopo una riunione del novembre 2017 in cui aveva appena rassicurato Musk sulla permanenza della struttura non profit. Brockman scriveva: “Non possiamo dire di essere impegnati per la non-profit. Se tre mesi dopo facciamo una società con finalità lucrative, allora era una bugia.” Pochi giorni dopo, nello stesso documento, apriva una sezione intitolata “il nostro piano”, con una nota: “questa è l’unica chance che abbiamo per liberarci di Elon.”
Al di là del singolo episodio, il punto è strutturale. Un laboratorio IA non profit è retto da un board senza responsabilità verso soci o azionisti, pur prendendo decisioni da centinaia di miliardi di dollari.
Le regole servono per evitare che valutazioni sulla sicurezza e sullo sviluppo responsabile siano affidate all’etica individuale (per chi ce l’ha).
5. Filantropia o inganno?
In aula, Brockman ha ammesso di non aver mai onorato la propria promessa iniziale di donare 100.000 dollari alla non profit al momento della fondazione.
Il punto non è solo economico, il settore dell’IA corre il rischio di essere pervaso da un ethics washing (il discorso non vale solo per OpenAI, ma anche per Anthropic che chiude round di investimento e recluta i migliori ricercatori grazie ai suoi “principi”).
Chi verifica che la missione di una non profit sia reale e non solo una strategia comunicativa? E chi controlla che una società rispetti i principi della sua “costituzione”? E con quali strumenti?
Questa storia ci dice che i processi possono aiutarci a capire di più se è tutta fuffa, ma senza reali conseguenze per chi fa marketing con quei roboanti principi.
PS Questa serie finisce qui (in attesa dell’appello).
🙏 Grazie per averci letto!
I Processi dell’IA è una serie speciale di LeggeZero. Torniamo domenica prossima, come di consueto.
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