🤖 L'IA non può scrivere le leggi da sola - Legge Zero #82
La Camera dei Deputati ha presentato i primi tre sistemi di IA generativa a supporto del lavoro parlamentare. Spoiler: nessuno sostituirà i rappresentanti democraticamente eletti dal popolo.
🧠 In Italia i primi progetti di IA generativa in Parlamento
Ci sono alcune cose che diamo per scontate noi che proveniamo dal mondo di prima. Sì, il mondo di prima, quello precedente all’arrivo dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite.
Ci sono delle cose che diamo per scontate anche quando leggiamo le norme, norme che - prima - potevano essere interpretate solo in un modo, mentre oggi possono essere lette, interpretate e applicate in modo molto diverso. Perché l’IA è già entrata in tutte le nostre attività e, talvolta, non ne cogliamo appieno opportunità e criticità.
Ad esempio, leggendo le norme assumiamo automaticamente certi presupposti: prendiamo per ovvio che a scriverle siano esseri umani (i rappresentanti eletti dai cittadini), perché così prevede il nostro ordinamento democratico. La Costituzione italiana, infatti, stabilisce che «la sovranità appartiene al popolo» (articolo 1) e che il popolo la esercita nelle forme previste dalla Costituzione, la quale attribuisce la funzione legislativa al Parlamento. Nel mondo pre-IA questo significava, semplicemente, che solo deputati e senatori (con i loro pregi e difetti, i loro consulenti e collaboratori) potevano scrivere materialmente le leggi.
Ma nell’era dell’intelligenza artificiale è ancora scontato che siano solo gli esseri umani a redigere le norme?
Non occorre fare fantadiritto: già oggi esistono esperimenti che possono mettere in discussione quella certezza. Negli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, il governo ha annunciato che saranno le IA a scrivere e revisionare le leggi, sia nazionali che locali (ne abbiamo scritto in LeggeZero #72). Si tratta di un progetto di “vibe legislation” anche proattiva: l’IA analizzerà migliaia di documenti per individuare tempestivamente i problemi del Paese e proporre nuovi provvedimenti normativi per risolverli. L’idea, in sostanza, è di velocizzare e rendere più efficiente il processo legislativo, eliminando le lungaggini del dibattito e del lavoro umano. È uno scenario dirompente: la prima nazione al mondo in cui le leggi non saranno più scritte - e dibattute - da esseri umani, ma da un’intelligenza artificiale.
Certo, l’esempio degli Emirati può sembrare lontano per una democrazia come la nostra, ma già nella quotidianità di tutti si moltiplicano i casi in cui all’IA viene delegata la scrittura di testi che poi le persone non controllano nemmeno. Dall’atto giudiziario depositato in tribunale con precedenti inesistenti all’articolo giornalistico, dalla mail al paper accademico che vengono pubblicati senza togliere la frase di cortesia “Spero che queste informazioni ti siano state utili. Se hai altre domande, chiedi pure!”.
Gli utenti si fidano così tanto dell’IA che spesso utilizzano quello che produce senza neanche rileggerlo. È questa la nuova normalità con cui fare i conti. Ma ci sono campi e settori in cui questi fenomeni sono più pericolosi di altri. Come quello medico, giudiziario, amministrativo e, appunto, normativo. Bisogna usare l’intelligenza artificiale, certo. Ma bisogna al contempo garantire che l’IA non possa infiltrarsi in modo subdolo e dannoso in processi delicati come la produzione delle leggi; bisogna evitare di delegare alle macchine (anche inconsapevolmente) attività che richiederebbero il controllo critico umano e la responsabilità istituzionale che - con tutti i loro pregi e i difetti - deve rimanere in capo agli esseri umani.
Chissà, magari tra qualche tempo ci troveremo addirittura a discutere se sia opportuno inserire in Costituzione un principio per cui l’ultima scelta, quella decisiva, spetti sempre a un essere umano – che si tratti di un dirigente pubblico, di un medico o di un parlamentare – anche in un mondo in cui utilizzeremo inevitabilmente l’IA in ogni settore. Si tratterebbe di affermare per via costituzionale qualcosa di simile al “human in the loop”, un caposaldo già riconosciuto in vari atti normativi e proposte di legge, su cui tutti sono d’accordo in astratto ma che poi non è facile rispettare in concreto.

Sono riflessioni, queste, fondamentali per capire l’importanza di quanto accaduto qualche giorno fa alla Camera dei Deputati dove sono stati presentati i primi tre progetti a livello europeo – tre casi d’uso - in cui l’IA generativa verrà utilizzata a supporto del lavoro parlamentare.
Diciamolo subito: in tutti e tre questi sistemi non vi è alcuna delega in bianco all’intelligenza artificiale, nessuna volontà di rimpiazzare il ruolo dell’essere umano. Al contrario, l’IA viene inserita come strumento di supporto al servizio di parlamentari, tecnici e cittadini, in una logica di collaborazione rispettosa del metodo democratico e della centralità delle istituzioni rappresentative.
I tre prototipi di IA al servizio della Camera
NORMA – assistente virtuale per l’analisi della produzione legislativa
Il primo sistema si chiama Norma ed è un assistente virtuale basato su IA generativa, pensato per semplificare e velocizzare l’analisi della produzione legislativa. Sviluppato a partire da un prototipo chiamato Legislab (elaborato dal Politecnico di Milano e dall’Istituto Einaudi), Norma consente di interagire in linguaggio naturale con l’Osservatorio sulla legislazione della Camera dei Deputati. In pratica, deputati, funzionari o giornalisti possono porre domande sulle leggi e sui relativi iter (ad esempio: “Quanti emendamenti sono stati presentati sul disegno di legge in materia di IA?”, oppure “Quanto tempo è stato necessario per esaminare la legge di bilancio?”) ottenendo in pochi secondi risposte elaborate dall’IA sulla base dei dati ufficiali della Camera. Il sistema è infatti addestrato su dati certificati (come quelli raccolti nei rapporti annuali sulla legislazione) e può persino restituire grafici e tabelle riassuntive per chiarire meglio i trend normativi. Un compito di ricerca che oggi richiederebbe spesso ore di lavoro manuale potrà così essere svolto in pochi istanti dall’IA. Naturalmente, i risultati forniti da Norma andranno sempre verificati e interpretati da occhi umani competenti per evitare che eventuali “allucinazioni” dell’IA (errori o dati all’apparenza plausibili ma sbagliati) finiscano in un articolo o un report. L’obiettivo di Norma, dunque, non è mai sostituire l’essere umano, ma liberarlo da ore di lavoro ripetitivo nel setacciare documenti, permettendogli di concentrarsi sull’interpretazione e sulla valutazione politica dei dati emersi.
MSE – la macchina per scrivere emendamenti
Il secondo progetto presentato si chiama MSE, ovvero “Macchina di scrittura per emendamenti parlamentari”.
Si tratta di un sistema di scrittura assistita che aiuta concretamente i parlamentari nella redazione degli emendamenti alle leggi. Chi conosce i lavori d’Aula sa quanto sia faticoso e frenetico, durante l’esame dei disegni di legge, stare dietro alla formulazione di decine di emendamenti. MSE mira a rendere più agevole e veloce questa operazione, grazie all’IA generativa. Sviluppato con il contributo del consorzio interuniversitario Alma Human AI (che coinvolge l’Università di Bologna insieme ad altri atenei come LUISS, Università di Verona, Università di Torino e CNR), il prototipo offre un chatbot con cui il deputato può dialogare per ottenere suggerimenti sulla migliore formulazione tecnica di un emendamento, partendo dal testo di legge su cui sta lavorando. In altre parole, l’IA può proporre riformulazioni e alleggerire il lavoro di drafting segnalando come inserire la modifica decisa dal parlamentare (umano).
Importante: l’iniziativa non intende in alcun modo rimpiazzare il ruolo del legislatore, bensì fornire uno strumento di assistenza. Nella fase emendativa, dunque, MSE accompagna l’eletto rendendo più rapido il lavoro di modifica dei progetti di legge, ma la decisione finale sul contenuto dell’emendamento rimane saldamente nelle mani del parlamentare. L’IA, in sostanza, fa da assistente di redazione: accelera i tempi e riduce il rischio di errori formali, consentendo ai deputati di concentrarsi sul merito politico delle proposte di modifica.
DepuChat – un chatbot per i cittadini
Il terzo progetto presentato si chiama DepuChat ed è forse il più critico per quanto riguarda il rapporto diretto tra Parlamento, cittadini e società civile. Si tratta di un chatbot avanzato pensato per i cittadini, una sorta di assistente virtuale pubblico attraverso cui chiunque potrà interrogare la Camera dei Deputati sull’attività dei singoli parlamentari. L’idea nasce da un’iniziativa proposta dall’Università di Roma Tre e dall’Università di Firenze. In concreto, il chatbot sarà integrato nelle schede di attività di ciascun deputato (già presenti sul sito camera.it) e permetterà di porre domande in linguaggio naturale su tutto ciò che riguarda l’attività parlamentare di quel rappresentante: quante proposte di legge ha presentato, quante interrogazioni o mozioni ha firmato, su quali temi è intervenuto in Aula, qual è il suo tasso di presenze e così via. Si potranno anche fare ricerche trasversali per tema (es. “Quali deputati si sono occupati di politica ambientale in questa legislatura?”) o per area geografica (“Quali atti ha presentato il deputato eletto nel collegio di Roma Centro?”). Il tutto attingendo esclusivamente alle fonti ufficiali interne alla Camera dei Deputati: DepuChat non utilizza alcuna informazione esterna né viola la privacy, quindi non risponderà a domande sulla vita privata dei politici, né darà giudizi o notizie che escano dal perimetro dei dati pubblici certificati (per queste finalità ci sono altri strumenti). Questa limitazione è intenzionale e fondamentale: il chatbot filtra solo ciò che è istituzionalmente rilevante e documentato, evitando derive scandalistiche o informative non verificate. Proprio perché rivolto al pubblico e destinato a incidere sul rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, DepuChat sarà rilasciato nei prossimi mesi solo dopo rigorosi test e ulteriori implementazioni dei dati, per garantirne sicurezza e affidabilità. Una volta operativo, comunque, si preannuncia come uno strumento prezioso che – se ben guidato – potrà davvero dare trasparenza e coinvolgere i cittadini nel lavoro dell’istituzione parlamentare, sfruttando l’IA per rendere immediatamente fruibili a tutti informazioni che già oggi sono pubbliche ma di non facile accesso e comprensione.
L’importanza del metodo: trasparenza e inclusione
Come si è arrivati a questi progetti? Al di là della tecnologia, c’è stato soprattutto un metodo aperto e inclusivo, che può servire da modello per le organizzazioni del settore pubblico.
Tutto è partito con largo anticipo: già nel 2023 la Camera ha avviato uno studio approfondito sul tema IA applicata al lavoro parlamentare. In primavera 2023, su iniziativa del Comitato di vigilanza sull’attività di documentazione (presieduto dalla Vicepresidente della Camera, On. Anna Ascani), è stato condotto un ciclo di audizioni di esperti: accademici di varie discipline, tecnologi, rappresentanti di aziende. Queste audizioni – svolte tra aprile e luglio 2023 – hanno permesso ai deputati di mappare opportunità e rischi dell’IA con l’aiuto di chi la studia e utilizza quotidianamente. Si è parlato, ad esempio, di sfide etiche e tecnologiche, di impatto dell’IA sulla stabilità delle democrazie, nonché di possibili applicazioni utili proprio per aiutare il lavoro legislativo. Poi, nell’ottobre 2023 una delegazione parlamentare è volata negli Stati Uniti per una missione conoscitiva sul campo.
I risultati di questo lavoro sono stati condensati in un rapporto tecnico intitolato “L’intelligenza artificiale a supporto del lavoro parlamentare”, presentato a febbraio 2024, in cui sono stati individuati tre possibili casi d’uso per l’impiego dell’intelligenza artificiale generativa a Montecitorio.
Parallelamente, la Camera ha lanciato una manifestazione di interesse aperta a università, centri di ricerca e aziende, invitandoli a proporre soluzioni IA generativa per i tre casi d’uso. La risposta è stata positiva, tante le proposte presentate tra le quali sono stati selezionati (con il contributo di esperti indipendenti) i prototipi che - dopo un lavoro condotto dagli uffici e dai tecnici della Camera - sono diventati i tre sistemi che abbiamo descritto sopra.
Durante lo sviluppo e la fase di test, la Camera ha mantenuto un approccio trasparente e inclusivo: ricercatori ed esperti sono stati coinvolti in focus group, in quello che rappresenta il primo esperimento italiano di partecipazione legata allo sviluppo di sistemi di IA nel settore pubblico.
Quando si tratta di processi vitali per la democrazia, il metodo è fondamentale quanto la tecnologia che si decide di utilizzare.
Disclaimer: come esperto, ho avuto l’onore di lavorare all’iniziativa della Camera dei Deputati finalizzata all’uso dell’IA a supporto del lavoro parlamentare.
🔊 Un vocale da… Mimmo Laforenza (AI4PA)
L’intelligenza artificiale promette di rendere la nostra Pubblica Amministrazione più efficiente e “intelligente”. Ma se la vera sfida non fosse più “portare l’IA negli uffici”, bensì sciogliere i nodi che ne ostacolano la trasformazione sistemica, da dove cominciare?
Nel messaggio vocale di questa settimana, Mimmo Laforenza – ricercatore emerito del CNR e co-presidente dell’Osservatorio IA nella PA – fotografa il divario tra teoria e pratica, soprattutto a livello locale. Il quadro che emerge mostra come trasparenza degli algoritmi, qualità insufficiente dei dati, resistenza culturale interna e vincoli di procurement si intreccino, creando un pantano che frena l’adozione dell’IA e minaccia di consegnare le PA ai soliti grandi fornitori.
Alla fine, Laforenza ricorda che «l’IA non sostituisce la relazione umana: la semplifica, se usata con intelligenza umana». Da qui il suo appello: coinvolgere utenti e funzionari nella coprogettazione, investire in formazione, pretendere algoritmi spiegabili e regole smart. Solo così l’Intelligenza Artificiale potrà diventare leva di fiducia tra istituzioni e cittadini, anziché l’ennesima promessa mancata.
💊 IA in pillole
Il Regno Unito sta valutando soluzioni ad alto tasso fantascientifico per alleggerire il sistema penitenziario. In un incontro di fine giugno con alcuni rappresentanti delle big tech, la ministra della Giustizia Shabana Mahmood ha chiesto collaborazione per creare “una prigione fuori dalla prigione” e ridurre la recidiva. Tra le idee sul tavolo: micro-tracker sottocutanei per i detenuti, robot guardiani e veicoli a guida autonoma per i trasferimenti. Le proposte non si fermano a questo: si pensa all’uso di quantum computing per “prevedere” i comportamenti futuri, algoritmi per anticipare violenze in carcere e persino l’automatizzazione del calcolo delle pene. È tutto vero, leggete qui.
Ovviamente, le organizzazioni civiche come Foxglove si stanno opponendo con forza, parlano di “scenario allarmante e distopico”: temono bias algoritmici, lesione dei diritti delle persone e un’eccessiva prossimità tra governo e giganti tech.Il settore pubblico è un mercato importantissimo per tutti i provider di IA. OpenAI ha presentato “OpenAI for Government”, un’iniziativa che raggruppa e potenzia tutte le sue attività rivolte al settore pubblico statunitense. L’obiettivo dichiarato è fornire ai dipendenti pubblici USA (federali, statali e locali) l’accesso ‒ in ambienti sicuri e conformi ‒ ai modelli di frontiera dell’azienda.
OpenAI racconta risultati già tangibili: i dipendenti della Pennsylvania coinvolti in un progetto pilota hanno risparmiato in media 105 minuti al giorno su attività ripetitive, potendo dedicare più tempo a servizi di maggiore impatto per i cittadini.
Vedremo se l’iniziativa sarà replicata anche per le amministrazioni di altri Paesi oppure se ne potranno beneficiare solo gli enti pubblici statunitensi.Capgemini Research Institute ha pubblicato un interessante report di un’indagine globale su come l’IA sta cambiando lo sviluppo software per la pubblica amministrazione. Il report - preceduto da un’indagine condotta su oltre duemila professionisti del settore - fotografa un momento di svolta: l’uso dell’IA per sviluppare software - oggi al 46 % - è destinato quasi a raddoppiare toccando l’85 % entro il 2026, segno di una fiducia crescente nonostante le criticità. Sulla base dei dati raccolti, l’uso dell’IA libera il 7-18 % del tempo di sviluppo.
Verosimilmente questo comporterà la necessità di rivedere tutti i contratti con i fornitori, mettendo al centro temi come la sicurezza, la conformità alle normative vigenti e il diritto d’autore.Nel suo Communications White Paper 2025, il Ministero giapponese per gli Affari Interni e le Comunicazioni lancia un appello insolito ai propri cittadini: “usate più intelligenza generativa”.
I numeri parlano chiaro: solo il 26,7 % dei cittadini giapponesi ha provato strumenti di IA generativa, quota che – pur essendo triplicata rispetto al 9,1 % del 2024 – resta lontanissima dall’81,2 % della Cina, dal 68,8 % degli Stati Uniti e dal 59,2 % della Germania. Anche tra i ventenni l’utilizzo si ferma al 44,7 %, mentre nelle imprese raggiunge appena il 49,7 %.
Il Libro Bianco avverte che il Giappone “risulta in ritardo nei campi della tecnologia, dell’industria e delle applicazioni” e serve quindi promuovere l’IA “nella vita quotidiana”. Insomma, l’AI literacy diventa una priorità politica.
😂 IA Meme
Rispondete sinceramente!

😂 IA Meme … che non lo erano
Un video è diventato virale in questi giorni. In Cina, un gruppetto di bambini corre a perdifiato con un robot umanoide. Nel video - che potete vedere qui sotto - si vedono i piccoli ridere, trattando il robot come uno di loro, mentre i genitori filmano divertiti a bordo prato.
La scena (sempre più frequente in Cina) è diventata virale perché ribalta lo stereotipo del robot minaccioso: l’umanoide corre via come un fratellone timido, schiva ostacoli in tempo reale e, quando viene circondato, accelera con passo sorprendentemente naturale. È un frammento di vita quotidiana che mostra quanto in fretta i robot stiano passando dagli stand fieristici alle nostre vite. Ma, soprattutto, si vede che ormai i robot sono accettati socialmente come dimostra la curiosità dei bambini e l’assenza di paura dei genitori.
È questo un primo assaggio di coesistenza?
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