🤖 La prima sentenza sui licenziamenti nell'era dell'IA - Legge Zero #106
Il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di reintegro di una lavoratrice le cui mansioni sono svolte da altri colleghi grazie all'IA. Quali tutele giuridiche contro la "grande sostituzione"?

🧭 TL;DR: ecco di cosa ci occupiamo in questo numero
🚖 Sciopero contro le auto senza autista. A San Francisco i driver di Uber e Lyft manifestano contro i robotaxi Waymo. Una scena quasi distopica, in cui le proteste degli umani si intrecciano con il passaggio silenzioso delle auto autonome.
📉 McKinsey: un terzo della forza lavoro è IA. Il colosso della consulenza ha oggi 25.000 agenti artificiali su 60.000 “dipendenti”. E non è l’unico a usare assistenti IA per compiti operativi e decisionali.
🩺 In Utah prescrive l’IA. È la prima volta negli USA che un’IA rinnova autonomamente prescrizioni mediche. La sperimentazione è appena iniziata, ma mostra già quanto velocemente l’automazione stia entrando anche nei mestieri più delicati.
⚖️ Nel frattempo, arriva la prima sentenza italiana su un licenziamento da IA. Il Tribunale di Roma ha stabilito che è legittimo licenziare una dipendente se le sue mansioni vengono assorbite da un team riorganizzato con strumenti di intelligenza artificiale. Una decisione destinata a segnare un precedente giuridico (e sociale).
👨⚖️ Pechino va in direzione opposta. Le autorità cinesi hanno giudicato illegittimo il licenziamento di un lavoratore il cui ruolo è stato sostituito da un algoritmo. L’introduzione dell’IA, dicono i giudici, non è un evento oggettivamente imprevedibile.
📚 Il lavoro invisibile dietro l’intimità artificiale. Un ex moderatore racconta cosa significa addestrare IA relazionali impersonando decine di identità in conversazioni intime. Un viaggio disturbante ma necessario.
😂 Dilbert lo aveva capito prima. Il nostro omaggio a Scott Adams, scomparso questa settimana, che ha saputo raccontare come pochi l’assurdità del lavoro... anche quando a metterci fuori gioco è un algoritmo.
📢 Nuove proteste contro l’IA
“Prima la sicurezza, per ultimi i robot”.
“Gli esseri umani sono più importanti dei robot”.
“Paga equa per i conducenti umani”.
“Proteggiamo le nostre strade”.
Questi erano alcuni dei cartelli che qualche giorno fa (il 9 gennaio 2026) si potevano leggere davanti agli uffici della California Public Utilities Commission, a San Francisco dove era in corso una protesta di autisti delle compagnie Lyft e Uber. Alcune decine di manifestanti, muniti di megafoni e cartelli, chiedevano che i robotaxi senza conducente Waymo (società del gruppo Google) venissero tolti dalle strade per motivi di tutela della sicurezza (delle strade e degli utenti) e di tutela del lavoro umano.
La scena era quasi surreale: mentre i manifestanti recitavano i loro slogan, una sfilata continua di taxi Waymo bianchi passava accanto al presidio, ironica e silenziosa testimonianza di quanto rapidamente questi veicoli autonomi siano diventati parte del paesaggio urbano.
Quella di San Francisco non è stata una protesta contro la tecnologia, hanno spiegato i driver, ma contro un trattamento iniquo: le aziende di robotaxi non sarebbero vincolate agli stessi standard (anche di sicurezza) a cui sono tenuti i veicoli condotti da umani.
Qualche giorno prima di Natale, durante un blackout che aveva lasciato San Francisco al buio, decine di auto Waymo si erano bloccate agli incroci creando il caos e una situazione da film apocalittico in cui gli esseri umani erano costretti a muoversi facendo lo slalom tra decine di auto ferme.
Ovviamente - alla base della protesta dei driver - c’è anche un tema economico. I conducenti sono preoccupati dalla contrazione di lavoro, visto che l'espansione dei robotaxi è impressionante (la governatrice di New York Kathy Hochul ha appena proposto di renderli legali anche in tutto lo Stato, eccezion fatta per la Grande Mela) e la compagnia Waymo, da sola, punta a raggiungere un milione di corse settimanali entro fine anno.
E pensare che solo dieci anni fa, agli albori della gig economy, erano i tassisti a scioperare contro Uber (che era l’innovazione del momento). Adesso, sono i driver a manifestare contro i robot con una protesta che mi ha ricordato quella, ben più vasta, che nel 2023 fermò Hollywood per cinque mesi: attori e sceneggiatori in sciopero non solo per i compensi, ma per difendersi dall’uso dell’intelligenza artificiale. Allora sembrava una protesta di nicchia, ma - in LeggeZero #1 - avevamo già previsto che non sarebbe stato l’ultimo sciopero contro l’IA.
🤖 Un’arma di distruzione di massa
Chi teme l’IA non va liquidato come apocalittico, luddista o paranoico. Recentemente, il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha avvertito che l’intelligenza artificiale rischia di diventare “un’arma di distruzione di massa di posti di lavoro” se lasciata senza controllo. La capitale britannica, con la sua concentrazione di impiegati nella finanza e nei servizi professionali, è particolarmente esposta. Secondo un recente rapporto della National Foundation for Educational Research, entro il 2035 nel Regno Unito potrebbero scomparire fino a 3 milioni di posti di lavoro poco qualificati nei settori del commercio, della meccanica e dell’amministrazione d’azienda a causa dell'automazione e dell'intelligenza artificiale, anche se secondo molti l’IA, a sua volta, creerà nuovi posti di lavoro. Il problema è che nessuno garantisce che chi perde il lavoro sarà in grado di accedere a quelli nuovi e, in tutto il mondo, molti datori di lavoro stanno pensando a come ridurre la forza lavoro entro cinque anni (grazie all’IA). Tra l’altro, in base a un sondaggio commissionato proprio dal sindaco di Londra, il 56% dei lavoratori della capitale britannica si aspetta che l’IA avrà un impatto sul proprio lavoro già nel corso del 2026.
Ed effettivamente i primi segnali iniziano già a vedersi. McKinsey & Company – colosso della consulenza – sostiene di avere ormai 60.000 dipendenti, di cui ben 25.000 sarebbero agenti IA. In altre parole, oltre un terzo della forza lavoro di McKinsey non è umano, ma composto da sistemi di intelligenza artificiale che svolgono compiti complessi integrati nell’attività quotidiana. Il CEO Bob Sternfels ha spiegato che solo un anno e mezzo fa questi assistenti artificiali erano poche migliaia, mentre ora ogni consulente umano lavora fianco a fianco con almeno un agente IA, tanto che circa il 40% del business dell’azienda riguarda progetti legati all’intelligenza artificiale.
E se qualcuno pensa che questo processo risparmierà i settori più delicati, un caso che arriva dagli USA dimostra il contrario. Dallo scorso dicembre, lo Stato americano dello Utah consente a un sistema di intelligenza artificiale di rinnovare autonomamente le prescrizioni mediche per pazienti con patologie croniche, senza alcun intervento umano, nei casi ritenuti a basso rischio.
Il funzionamento è semplice: il paziente accede a un portale online e verifica di trovarsi fisicamente nello Utah. A quel punto, l’IA controlla la sua storia di prescrizioni, lo guida attraverso un questionario clinico e, se tutto è a posto, invia direttamente alla farmacia la ricetta rinnovata. Nessun medico umano nel processo (che dura mediamente meno di mezz’ora). L’obiettivo dichiarato dallo Stato è di ridurre costi e burocrazia, evitare interruzioni nelle terapie croniche e alleggerire i medici da pratiche ripetitive, specie nelle aree rurali dove i dottori scarseggiano.
È la prima volta negli Stati Uniti, seppure a titolo sperimentale, visto che la deroga al rispetto delle norme sulle prescrizioni mediche è stata disposta solo per il periodo di un anno. Inoltre, in questa prima fase sono esclusi alcuni farmaci (antidolorifici, psicostimolanti, oppioidi, iniettabili) e i primi 250 casi per ogni categoria di medicinale vengono comunque revisionati da medici in carne e ossa. Il tasso di affidabilità del sistema - secondo il suo produttore - è del 99% e, se la sperimentazione dovesse concludersi con risultati positivi, anche alcuni dottori potrebbero essere sostituiti da IA, con implicazioni enormi per professionisti e pazienti.
🇮🇹 Licenziamento ai tempi dell’IA: la sentenza del Tribunale di Roma
Non è uno scenario lontano, tutt’altro. Emblematica è una recente sentenza della Sezione Lavoro del Tribunale di Roma che è destinata a fare discutere: il giudice ha ritenuto legittimo il licenziamento di una graphic designer le cui mansioni erano state assorbite da un team riorganizzato con l’ausilio dell’IA. La vicenda, per evitare sensazionalismi, merita di essere spiegata passo passo. Una dipendente, grafica pubblicitaria assunta a tempo indeterminato, si è vista improvvisamente consegnare la lettera di licenziamento in una piccola azienda in crisi finanziaria. La motivazione formale: giustificato motivo oggettivo per soppressione del posto di lavoro. L’impresa - che stava tagliando i costi - aveva deciso di fare a meno di lei, riorganizzando il reparto grafico/marketing e sostituendo parte del lavoro creativo con strumenti di intelligenza artificiale (verosimilmente generatori di immagini, impaginazione automatizzata, ecc.). La lavoratrice ha impugnato il licenziamento, sostenendo che fosse illegittimo: a suo dire, le mansioni da graphic designer non erano affatto scomparse, ma semplicemente redistribuite ad altri colleghi interni supportati dall’IA, e che la “crisi” addotta fosse in realtà un pretesto.
Invece, con sentenza n. 9135/2025 del 19 novembre 2025 il Tribunale di Roma ha respinto il ricorso, sancendo un principio interessante: non si può licenziare solo perché si introduce l’IA, ma si può legittimamente licenziare - anche a seguito dell’adozione di sistemi IA - se sussistono i requisiti tradizionali: una reale esigenza economico-organizzativa, una riorganizzazione effettiva e documentata, e soprattutto l’impossibilità di ricollocare il lavoratore in altre posizioni equivalenti. Nel caso concreto, il giudice ha ritenuto provato che l’azienda versasse in grave difficoltà e che il core business fosse cambiato al punto da eliminare la necessità di una grafica interna. Inoltre, è stato accertato che il posto era stato effettivamente soppresso e non c’era modo di reimpiegare la lavoratrice altrove nell’organico, anche perché le sue attività erano ormai coperte dalla nuova struttura con strumenti IA.
🇨🇳 Licenziamento ai tempi dell’IA: il provvedimento delle autorità del lavoro di Pechino
Il tema della sostituzione dei lavoratori umani sta diventando oggetto di contenzioso non solo in Italia.
In una decisione resa pubblica il 26 dicembre 2025 dalle autorità del lavoro di Pechino, è stato stabilito che licenziare un dipendente perché il suo ruolo è sostituito da un’IA costituisce un licenziamento illegale. Si trattava di un caso di arbitrato riguardante un’impresa tecnologica che aveva automatizzato con l’IA la raccolta di dati cartografici, eliminando così il reparto di un certo signor Liu (fin lì addetto manualmente a quel compito) e procedendo al suo licenziamento.
La decisione arbitrale ha affermato un principio chiaro: per il diritto del lavoro vigente in Cina, l’adozione volontaria di nuove tecnologie non rientra tra le cause imprevedibili e fuori dal controllo dell’azienda che possano giustificare un licenziamento. La legge cinese consente infatti di interrompere un contratto per “significativi mutamenti nelle circostanze” rispetto a quelle in vigore al momento dell’assunzione, ma tali mutamenti devono essere oggettivamente incontrollabili e imprevedibili (come calamità naturali, fatti di forza maggiore, crisi aziendale). Introdurre l’IA in azienda, in questo caso, era invece una scelta gestionale volontaria, un upgrade tecnologico interno non equiparabile a un terremoto o a una pandemia. Di conseguenza, secondo il collegio arbitrale, licenziare dipendenti per far posto alle macchine significa “trasferire sui lavoratori i normali rischi dell’innovazione tecnologica”, cosa inaccettabile.
Piuttosto, aggiunge il provvedimento, il datore di lavoro - in tali occasioni -dovrebbe cercare soluzioni alternative: rinegoziare i contratti, fornire formazione e riqualificazione o spostare il personale in altre mansioni.
⚖️ Un fenomeno che deve essere regolato
I provvedimenti di Roma e di Pechino raccontano storie apparentemente diverse, ma pongono le stesse domande: chi deve pagare il costo dell’evoluzione tecnologica: l’impresa che ha deciso di innovare o il lavoratore che si ritrova obsoleto e superfluo senza colpa? Oppure lo Stato, attraverso ammortizzatori e formazione?
Queste pronunce ci dimostrano che non abbiamo molto tempo per affrontare il problema e che le regole esistenti saranno sempre meno adeguate a risolvere i conflitti.
Nello scrivere le nuove norme, bisognerà ricordare sempre che non c’è - o almeno non c’è ancora - un conflitto tra uomini e robot (o IA), ma tra uomini (che potrebbero rimanere senza lavoro) e altri uomini (che potrebbero di sacrificare lavoratori in nome del profitto). Sta ai legislatori, e alle istituzioni, fare in modo che l’IA non introduca nuove sperequazioni.
👥👥 Convegno “Appalti Pubblici e Intelligenza Artificiale”
L’intelligenza artificiale sta trasformando le pubbliche amministrazioni e gli appalti pubblici, ma il suo utilizzo solleva numerose questioni normative e pratiche.
Come garantire la conformità alle normative quando si utilizzano strumenti di IA nelle procedure? Quali sono gli elementi da considerare nell’acquisto di sistemi e modelli di IA da parte delle pubbliche amministrazioni?
Abbiamo organizzato un convegno in presenza per RUP, dirigenti e funzionari di stazioni appaltanti, uffici gare delle aziende fornitrici della PA e liberi professionisti che necessitano di comprendere gli aspetti normativi e giurisprudenziali legati agli appalti di IA e all’uso di IA negli appalti. La giornata include un laboratorio interattivo per definire una checklist operativa sull’acquisto di IA, con ampio spazio a casi concreti e domande dei partecipanti.
Oltre a me, interverranno i colleghi Alessandro Massari (avvocato amministrativista e direttore della Rivista “Appalti&Contratti”) e Francesca Ricciulli (avvocata e ricercatrice, autrice di questa newsletter).
Queste le coordinate:
📅 26 febbraio 2026, ore 9.00-13.00 e 14.00-16.00
📍 Roma, Best Western Premier Hotel – Via Marsala 22
Se ti interessa, trovi qui info su docenti, programma, iscrizione e costi.
😂 IA Meme
Questa settimana ci ha lasciato Scott Adams, il creatore di Dilbert che per oltre trent'anni ha saputo raccontare con ironia tagliente le assurdità della vita d'ufficio. Negli ultimi anni, Dilbert aveva conosciuto l’IA e - come dimostra questa striscia - aveva iniziato anche a fare i conti con la paura di essere sostituito.
📚 Consigli di lettura: il lavoro umano invisibile dietro l’intimità artificiale
In un report intenso e disturbante, The Emotional Labor Behind AI Intimacy, Michael Geoffrey Asia - ex chat moderator e data worker di Nairobi - racconta dall’interno cosa significa addestrare gli algoritmi all’intimità, pagando il prezzo umano di un lavoro che resta quasi sempre invisibile. Non è un saggio sull’IA, ma una testimonianza diretta su una forma di lavoro digitale che sta alla base di molte applicazioni di AI companions, chatbot relazionali e servizi di moderazione e training conversazionale.
Il punto di partenza è biografico. Michael entra in questo settore per necessità economica. Scopre presto che il suo compito non è solo classificare contenuti, ma impersonare identità fittizie, sostenere conversazioni intime e affettive, costruire relazioni emotive con utenti soli, spesso vulnerabili.
Un giorno è Jessica, studentessa lesbica californiana di 24 anni. Il giorno dopo è Joe, uomo gay trentenne della Florida. O Maria, infermiera eterosessuale. Michael, nella sua vita reale, è un uomo eterosessuale e padre di famiglia, ma deve impersonare donne che flirtano con uomini, lesbiche che parlano di desideri che non ha mai provato, uomini gay che discutono di intimità che non conosce.
“Le bollette non aspettano la tua zona di comfort,” scrive.
Il sistema è spietato. Ogni messaggio vale 0,05 dollari. Bisogna digitare almeno 40 parole al minuto, gestire più conversazioni contemporaneamente, riprendere chat iniziate da altri moderatori senza che l'utente si accorga del cambio. Un accordo di riservatezza impedisce di raccontare a chiunque – inclusa la propria moglie – cosa si fa davvero per vivere.
Quella che emerge è una forma estrema di lavoro emotivo: ore passate a dire “ti amo”, a simulare desiderio, comprensione, empatia, mentre la propria identità viene sistematicamente cancellata. Michael descrive il conflitto tra il ruolo professionale e la vita personale, la perdita di confini, il senso di colpa, l’erosione della propria dignità e persino dei propri valori. Non si tratta solo di stress da lavoro digitale, ma di una vera e propria estrazione delle emozioni a fini di profitto (altrui).
Il passaggio forse più inquietante riguarda il sospetto - mai fugato dalle piattaforme per cui opera - che questo lavoro serva a addestrare sistemi di intelligenza artificiale destinati a sostituire gli stessi lavoratori. Ogni conversazione, ogni scelta di tono, ogni strategia per mantenere l’utente ingaggiato diventa un dato. Insomma, i lavoratori umani insegnano alle macchine come sembrare umane, fino a diventare intercambiabili.
Il report si chiude con una presa di posizione netta: non può esistere IA etica se il suo addestramento si fonda su un lavoro sfruttato e traumatico. L’autore chiede trasparenza sui modelli di business, valutazioni d’impatto psicologico e soprattutto riconoscimento e voce per i lavoratori coinvolti nella filiera dell’IA.
È una lettura che consiglio fortemente in questo numero dedicato all’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro, perché sposta l’attenzione dal rischio astratto di automazione a una realtà molto concreta: prima di essere sostituito dall’IA, spesso il lavoratore umano viene sfruttato. E, lontano dalle quotazioni miliardarie dei provider di IA, tutto accade nei luoghi meno visibili, non solo geograficamente: quelli delle emozioni, delle relazioni, dell’intimità.
🙏 Grazie per averci letto!
Per ora è tutto, torniamo la prossima settimana.
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QUANTO mi piacerebbe vedere le grafiche che i non-grafici hanno sviluppato con l'AI! Spero proprio che la designer trovi di meglio e loro facciano la figura dei miocugggino