🤖 Chi mi conosce meglio di te? - Legge Zero #101
Come ogni anno è arrivato Spotify Wrapped, salutato da milioni di post festanti degli utenti. Vi siete chiesti cosa sa la piattaforma di voi e come usa gli algoritmi per conoscervi ancora meglio?
🧭 TL;DR: ecco di cosa ci occupiamo in questo numero
🧠 Spotify Wrapped 2025 è tornato a un look più umano dopo il flop dell’edizione 2024: niente più podcast IA, sì a statistiche classiche e funzioni social.
⚖️ Ma dietro le card colorate resta la profilazione e l’uso dell’IA: Spotify raccoglie e rielabora dati dettagliatissimi sugli ascolti per alimentare una campagna virale di marketing da milioni di visualizzazioni.
😬 Le metriche non sono sempre trasparenti: l’algoritmo potrebbe rafforzare gusti preesistenti, ridurre la varietà della musica ascoltata e potrebbe favorire brani brevi o generati per accumulare stream, anche artificiali.
🤖 La musica generata da IA cresce (oltre il 30% delle nuove tracce su alcune piattaforme) ma Wrapped non dice quanti ascolti dell’anno provengono da artisti sintetici. Spotify non obbliga a etichettare la musica IA.
💊 IA in pillole: Warner firma un accordo con Suno e mette fine al contenzioso per violazione del copyright; New York impone trasparenza sui prezzi generati da algoritmi; l’UE apre un’istruttoria su WhatsApp che ha messo fuori gioco i chatbot diversi da quello di Meta; negli USA salta (di nuovo) la moratoria per bloccare le leggi statali sull’IA.
😂 Meme se è Meta a profilarti ti arrabbi, se è Spotify lo condividi con orgoglio.
🤦♂️ Sono sempre più le persone che usano ChatGPT per qualsiasi cosa e si dimenticano poi di rileggere prima di inviare.
📚 Consiglio di lettura: Soulaiman Itani (ex Google) racconta come preparare i figli a un mondo popolato da avatar e agenti generativi.




🧠 Spotify ci ascolta
La tua età in base agli ascolti è 44.
Ascolti musica di fine anni ‘90.
Questo è il responso che mi ha dato qualche giorno fa Wrapped 2025, l’oracolo di Spotify che tutti - o quasi - ormai consultiamo alla fine dell’anno per conoscere meglio i nostri gusti musicali (e, in fondo, noi stessi). Un rito collettivo, consumato rigorosamente via social, tanto che per ogni statistica di utilizzo viene preparata una card - appositamente declinata alla prima persona singolare - pronta per essere condivisa con orgoglio o ironia. Si tratta di un evento culturale ormai atteso, ma anche del più grande momento di marketing della piattaforma di streaming.
L’anno scorso Spotify aveva provato a rivoluzionare Wrapped - participio passato del verbo “to wrap” che significa ricapitolare ma anche incartare (visto che arriva in periodo natalizio) - introducendo funzionalità create con l’IA generativa. In particolare, la società aveva puntato molto su un podcast personalizzato generato dall’intelligenza artificiale (Notebook LM di Google) per raccontare i dati d’ascolto di ciascun utente. Il risultato è stato disastroso: molti utenti lo hanno giudicato impreciso e impersonale (nomi di artisti pronunciati male, dati sbagliati, osservazioni generiche) con le allucinazioni tipiche dell’IA generativa (il sistema assegnava agli utenti etichette di generi sconosciuti ai più come “Shimmer Pop”, “Slop Rock”, “Cottagecore Trap” e “Escape Room”).
Quanto accaduto nel 2024 ha spinto l’azienda a un’inversione di rotta: nel lancio di Wrapped 2025, Spotify ha enfatizzato un approccio decisamente più umano-centrico e “retro” in risposta alle critiche. Di fatto, l’edizione 2025 ha recuperato elementi tradizionali (come le classifiche per genere musicale) con un design volutamente più “artigianale” e nuove funzionalità di community (ad esempio Wrapped Party che permette di confrontare in tempo reale le statistiche con gli amici). L’unico elemento ancora alimentato dall’IA è una piccola sezione archivio con curiosità sulle giornate di ascolto più memorabili. Spotify ha voluto sottolineare che Wrapped “deve essere e sembrare umano”, segno di quanto l’IA non sia ancora pronta per questo tipo di attività.
🕵️♂️ Privacy, profilazione e “sorveglianza” dei dati di ascolto
È interessante notare come, più che vincoli giuridici sull’uso di IA generativa in questo ambito, sia stato il giudizio del mercato a tracciare il confine di ciò che è ritenuto accettabile: un esempio di come la fiducia degli utenti e la reputazione possano costringere i provider a correggere il tiro, almeno in parte.
Ma occorre fare attenzione. Quello che noi sappiamo di Wrapped è soltanto una piccola parte di quello che Spotify sa di noi (e di come lo usa).

Wrapped, per sua natura, rende evidente la quantità di dati granulari che la piattaforma raccoglie sui comportamenti di ascolto degli utenti durante l’anno in modo da rielaborarli in maniera accattivante per una campagna virale.
Questo ha portato diversi osservatori a riflettere sul rovescio della medaglia: Spotify monitora costantemente il comportamento di ascolto dei suoi 713 milioni di utenti. Il messaggio - come scriveva già due anni fa Alexis Petridis (critico musicale del Guardian) - è che “qualcosa, da qualche parte, di fatto ti spia”, prendendo attentamente nota di tutto ciò che ascolti e quando.
Con le grafiche colorate e i testi simpatici, Wrapped ha reso socialmente accettabile che viviamo nell’era della sorveglianza dei dati (la Zuboff ce lo ha insegnato). E anche se nel caso di Spotify questa sorveglianza è presentata in forma di gioco e classifica da condividere, non per questo è meno invasiva.
Spotify sfrutta ogni skip, ogni brano ascoltato e ogni playlist, trasformando queste informazioni nel racconto musicale di ciascun utente. Ma c’è di più: la società utilizza algoritmi per analizzare e arricchire i dati di ascolto.
Incrociando questi elementi, è teoricamente possibile dedurre aspetti molto personali come la presenza di un figlio piccolo in casa - se tra i brani più ascoltati figurano colonne sonore di film Disney o canzoni per bambini - oppure lo stato d’animo o momenti di crisi personale (desumibili, ad esempio, da canzoni tristi, brani motivazionali o playlist a tema). Siamo nell’ambito delle inferenze statistiche sui dati, che la normativa sulla privacy tratta con particolare cautela specie quando possono riguardare categorie particolari di informazioni come salute e orientamento sessuale (se volete approfondire, qui un recente saggio sui profili privacy di Wrapped).
Spotify dichiara di non cedere a terzi queste informazioni individuali, ma la ricchezza di dati che la piattaforma ottiene dagli utenti è indubbia e rappresenta di per sé un patrimonio commerciale su cui l’azienda basa il proprio modello di business.
Secondo una ricerca del 2019, Spotify raccogliendo dati come il sesso degli utenti, la posizione dell’utente e le integrazioni con altre piattaforme (come Facebook) sarebbe in condizione di costruire una mappa comportamentale degli utenti (persino la loro condizione socioeconomica).
Molti utenti, però, non percepiscono Wrapped come una minaccia alla privacy ma come un’occasione di autorappresentazione: c’è chi lo utilizza per costruire la propria identità online, mostrando a tutti “chi è” attraverso la musica che ascolta.
Dal punto di vista giuridico, ovviamente, nulla vieta a un individuo di prendere decisioni consapevoli sulla diffusione dei propri dati, ma è interessante notare che operazioni come Wrapped rendono sfumata la distinzione tra consenso informato e condizionamento: l’utente è libero di non condividere nulla, ma l’intera esperienza è costruita per incoraggiarlo a farlo (basti pensare ai messaggi tipo “Wrapped, or it didn’t happen” con cui Spotify stesso ha spinto la condivisione, creando una sorta di FOMO, “fear of missing out”). E questo consente al gestore della piattaforma di ottenere un ritorno promozionale dal valore di decine di milioni di dollari.
👁️⃤ Accuratezza dei dati, bias e rischi di manipolazione
Se Spotify Wrapped è, sulla carta, uno specchio delle preferenze musicali di ciascun utente, non sempre il riflesso mostrato è realmente fedele. Anzi, è esperienza comune per molti ritrovarsi classifiche annuali inaspettate o sballate rispetto a quanto credessero di aver ascoltato.
Le ragioni sono diverse, alcune banali, altre più sistemiche. In primo luogo, Wrapped può essere influenzato da fattori di “rumore” nell’uso quotidiano di Spotify: ad esempio, ascolti condivisi o non intenzionali. Se durante un viaggio in auto avete lasciato agli amici il controllo delle canzoni o se a una festa avete usato il vostro Spotify come jukebox di sottofondo per ore, non c’è da stupirsi se nella top 5 annuale compaiono generi o artisti che abitualmente non ascoltate.
Un altro limite noto è che Spotify Wrapped esclude l’ultimo mese dell’anno: di solito il periodo di analisi si ferma a fine ottobre (Spotify non comunica ufficialmente la data), quindi tutti gli ascolti di novembre - magari le canzoni scoperte più di recente e con cui siete ancora “in fissa” a dicembre - non vengono conteggiati.
Oltre a questi elementi contingenti, vi è però un livello più strutturale di possibili distorsioni: quello legato all’algoritmo di Spotify e ai suoi criteri di conteggio e raccomandazione.
Spotify, a differenza di altri servizi, ha da sempre puntato su un modello di scoperta musicale fortemente guidato da algoritmi di recommendation: le playlist personalizzate (come la Discover Weekly, le Daily Mix ecc.) e in generale il sistema di suggerimenti automatici tendono a inquadrare l’utente in un determinato profilo di ascolto sulla base delle sue abitudini. Questo approccio comporta un rischio di feedback loop: l’algoritmo suggerisce canzoni simili a quelle già ascoltate, l’utente - per pigrizia o gradimento - spesso asseconda questi suggerimenti e, di conseguenza, continua ad ascoltare gli stessi generi e artisti, consolidando il profilo che l’algoritmo ha tracciato. Si crea così una sorta di “ruota del criceto” musicale in cui è più facile restare nei confini noti che esplorare qualcosa di nuovo. In pratica, l’utente viene spinto a diventare il tipo di ascoltatore che l’algoritmo ha profilato, con il risultato che Wrapped finisce per restituire un “gusto” forse troppo prevedibile. Ad esempio, se per curiosità abbiamo ascoltato qualche brano fuori genere ma non abbastanza volte, è probabile che l’algoritmo lo filtri, privilegiando invece i brani con maggior numero di stream ripetuti (magari perché inseriti in playlist).
Inoltre, le metriche di Wrapped - non proprio trasparenti - sembrerebbero premiare la quantità (di riproduzioni) più di altri parametri. Ma per un appassionato, ad esempio, 5 ascolti attenti di un brano progressive rock di 10 minuti potrebbero contare più di 50 ascolti distratti di un tormentone pop di 2 minuti. Tuttavia, è verosimile che l’algoritmo metterà sul podio il brano pop e non quello progressive.
▶️ L’impatto sugli artisti e sull’industria musicale
Al di là dell’esperienza degli utenti, Spotify Wrapped ha anche conseguenze e suscita dibattiti nell’ambito dell’industria musicale e tra gli artisti.
Secondo molti, i grandi numeri celebrati dalla campagna confermano e rafforzano l’attenzione verso chi è già famoso (artisti con miliardi di stream, come Bad Bunny). Dall’altro, chi resta fuori da queste graduatorie potrebbe venire ulteriormente marginalizzato.
Diversi critici hanno notato che Wrapped finisce per esasperare il cosiddetto “popularity bias” già presente sulle piattaforme streaming: premia e dà visibilità aggiuntiva principalmente agli artisti mainstream che totalizzano tanti ascolti, mentre gli indipendenti o di nicchia ottengono poca o nessuna luce. In un certo senso, è l’estensione di una critica più ampia a Spotify: gli algoritmi (playlist, suggerimenti, etc.) spesso ingabbiano gli utenti in quello che già è popolare, riducendo le possibilità di scoprire per caso talenti meno conosciuti o appartenenti a minoranze.
Alcuni artisti indipendenti vedono in Wrapped quasi un promemoria annuale della loro posizione precaria: se i loro numeri non compaiono nei top degli utenti, significa che l’attenzione generale è altrove. C’è chi ha criticato la logica di trasformare gli ascoltatori in classifiche viventi, perché sposta ulteriormente l’asticella sul consumo quantitativo più che sulla connessione artistica. Nell’economia dell’attenzione, Wrapped celebra il consumo più che il valore della musica e molti artisti lo trovano riduttivo o alienante. Non mancano casi di musicisti che hanno abbandonato Spotify in polemica con le sue politiche (ad esempio sui bassi compensi per stream o sull’investimento in tecnologie controverse).
🤖 Assente eccellente: la musica IA non dichiarata
Un tema del tutto trascurato da Wrapped 2025 riguarda la trasparenza sull’origine della musica ascoltata: prima dell’applicabilità dell’AI Act, Spotify (che pure è una piattaforma europea) non fornisce alcuna indicazione su quanta parte dei nostri ascolti annuali provenga da brani interamente generati con intelligenza artificiale o da artisti sintetici. Eppure si tratta di un fenomeno tutt’altro che marginale e in vertiginosa crescita. Secondo i dati resi pubblici da Deezer (unica piattaforma ad aver implementato un sistema di rilevamento e tagging della musica IA), i brani completamente generati da modelli come Suno e Udio rappresentavano il 10% degli upload giornalieri a gennaio 2025, il 18% ad aprile, il 28% a settembre e ben il 34% a novembre: parliamo di oltre 50.000 tracce sintetiche caricate ogni singolo giorno. Ed è ragionevole supporre che numeri simili valgano anche per Spotify, il cui catalogo è alimentato dai medesimi distributori e aggregatori.
Tuttavia, a differenza di Deezer, Spotify non etichetta sistematicamente la musica generata da IA. Solo a settembre 2025 la piattaforma ha annunciato l’adozione di uno standard per la disclosure dell’uso di intelligenza artificiale, ma si tratta di un sistema volontario, non obbligatorio: etichette, distributori e artisti sono “incoraggiati” a dichiarare l’impiego di IA (per voci sintetiche, arrangiamenti o post produzione), ma non vincolati a farlo. La policy di Spotify si concentra piuttosto sulla rimozione dello spam e dei deepfake vocali non autorizzati: nell’ultimo anno sono state eliminate oltre 75 milioni di tracce ritenute contrarie alle policy del provider. Tuttavia, i brani IA che non violano esplicitamente le regole della piattaforma possono circolare liberamente, finire nelle playlist algoritmiche e accumularsi nei vostri ascolti senza che ne siate consapevoli.
Il caso emblematico è quello dei Velvet Sundown - di cui abbiamo parlato in LeggeZero #81 - una band completamente sintetica che ha raggiunto oltre un milione di ascoltatori mensili su Spotify prima che emergesse pubblicamente la sua natura artificiale. Solo successivamente il progetto ha aggiornato la propria bio per chiarire di essere un progetto musicale sintetico composto, cantato e visualizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale.
Uno studio condotto da Deezer e Ipsos su 9.000 persone in 8 paesi ha peraltro dimostrato che il 97% degli ascoltatori non è in grado di distinguere un brano interamente IA da uno realizzato da musicisti umani. Eppure, il 73% degli intervistati ritiene non etico usare materiale coperto da copyright per addestrare modelli generativi senza il consenso degli artisti e il 70% pensa che la musica IA minacci il sostentamento dei musicisti.
In questo contesto, l’assenza in Wrapped di qualsiasi informazione sulla quota di ascolti destinata a contenuti sintetici appare come un’occasione mancata di trasparenza, specialmente considerando che - secondo alcune stime - fino a 4 miliardi di euro di ricavi degli artisti potrebbero essere a rischio entro il 2028 proprio a causa della proliferazione incontrollata dell’IA musicale.
Chissà se, nel Wrapped 2026, ci sarà maggiore trasparenza.
💊 IA in pillole
I tribunali sono lenti, meglio gli accordi - Warner Music Group e Suno hanno annunciato un accordo storico che chiude il contenzioso legale avviato nel 2024 insieme a Universal e Sony per violazione di copyright. L’accordo prevede che dal 2026 Suno utilizzerà esclusivamente IA addestrata su cataloghi musicali autorizzati, sostituendo i modelli attuali. Gli artisti avranno pieno controllo tramite opt-in sull’uso di voci, immagini, nomi e composizioni. La piattaforma cambierà: niente download per gli utenti gratuiti, limiti mensili per gli abbonati paganti.
Sai quanto paghi, ora sai anche perché - New York è il primo Stato USA a imporre trasparenza sui prezzi decisi dall’IA. Dal 10 novembre 2025, quando un prezzo online (di un volo o di una borsa) è calcolato usando i dati personali degli utenti, deve comparire l’avviso: “This price was set by an algorithm using your personal data”. La legge non vieta la pratica, ma la rende trasparente. Gli operatori di mercato - che rischiano fino a mille dollari per ogni violazione - hanno tentato di bloccarla invocando il Primo Emendamento, ma un giudice federale ha respinto il ricorso.
La moratoria sulle leggi in materia di IA non passa, di nuovo - Negli USA è fallito il secondo tentativo di inserire in un maxi provvedimento federale una moratoria sulle leggi statali in materia di IA. La norma, sostenuta da Trump e dal suo Zar per l’IA (David Sacks), avrebbe bloccato per dieci anni la regolamentazione statale su sicurezza, trasparenza e tutela dei consumatori. L’opposizione bipartisan l’ha esclusa dal National Defense Authorization Act, dopo che un tentativo analogo era naufragato 99-1 al Senato in estate. Come abbiamo scritto alcune settimane fa, circola anche una bozza di Executive Order sullo stesso tema, ma le critiche interne al partito repubblicano (e l’opposizione dei procuratori generali di quasi tutti gli stati) l’hanno per ora bloccata. C’è però da scommettere che la partita non sia finita qui.
ChatGPT e Copilot fuori da Whatsapp: l’UE apre un’istruttoria - La Commissione Europea ha aperto un’indagine antitrust su Meta per la modifica delle policy di WhatsApp Business che, da gennaio, vieterà ai chatbot IA concorrenti (ChatGPT, Perplexity e altri) di operare tramite la piattaforma di messaggistica più usata. Meta AI, invece, resterà accessibile. Secondo Bruxelles, la mossa potrebbe impedire ai provider terzi di raggiungere i clienti europei, favorendo il servizio proprietario di Meta. WhatsApp respinge le accuse come “infondate”, sostenendo che le API non sono progettate per il funzionamento di chatbot. Se riconosciuta colpevole, Meta rischia una sanzione fino al 10% del fatturato globale.
😂 IA Meme
Paradossi delle piattaforme. Quando è Meta a profilarti, gridi allo scandalo.
Quando è Spotify, lo condividi orgogliosamente in una storia.

😂 Meme IA che non lo erano
Potrebbe diventare una nuova rubrica: persone che usano ChatGPT per qualsiasi cosa (anche dove forse non sarebbe necessaria) e poi copiano senza nemmeno eliminare le tracce dell’uso dell’IA.
Questa volta è diventato virale il caso di un capo che risponde alla richiesta di un dipendente malato… e lascia nella mail la frase finale dell’IA: “Vorresti una versione leggermente più informale o più formale?”.
Siamo sicuri che il collaboratore avrebbe gradito una risposta magari meno perfetta, ma sicuramente più umana ed empatica.

📚 Consigli di lettura: crescere figli nell’era dell’IA
In un contributo pubblicato sul New York Times, Soulaiman Itani – sviluppatore di IA, ex responsabile di LaMDA in Google e padre single di un bimbo di quattro anni – affronta un tema che tocca ogni genitore (e, in fondo, ciascuno di noi): come preparare i bambini a un mondo in cui l’intelligenza artificiale sarà ovunque?
Il punto di partenza è un aneddoto di vita vissuta. Il figlio di Itani entra nel suo studio e chiede: “Papà, chi è quell’uomo?” indicando non un collega in videochiamata, ma un avatar iper realistico generato da un sistema di IA. In quell’equivoco – innocente ma inquietante – c’è già tutta la sfida dei prossimi anni: i nostri figli cresceranno in un mondo popolato da agenti artificiali che sembreranno sempre più umani.
Itani non è un tecnofobo, anzi. Ha costruito alcuni dei modelli linguistici più avanzati e continua a credere nel potenziale dell’IA. Eppure ammette le sue paure:
che i grandi modelli generativi facciano disabituare i bambini allo sforzo cognitivo;
che le risposte immediate sostituiscano il gusto dell’apprendimento;
che i compagni di gioco e persino i docenti diventino agenti automatizzati, progettati per piacere e rassicurare.
Sono preoccupazioni condivise: il 61% dei genitori statunitensi teme un impatto negativo dell’IA sul pensiero critico degli studenti. E allora? Itani rifiuta tanto la demonizzazione quanto l’entusiasmo ingenuo. Sceglie una via intermedia, un approccio articolato in quattro punti.
Accesso sì, ovviamente guidato: vietare l’IA ai bambini è inutile, non insegnarla è pericoloso. I genitori devono avere un ruolo guida in questa esplorazione.
Alfabetizzazione precoce: bisogna educare i bambini a controllare le fonti, a capire che i modelli possono dire cose sbagliate, a usare l’IA come complemento alla creatività umana, non come sostituto.
Educazione all’incertezza: giochiamo insieme ai nostri figli a inventare supereroi, sfide, soluzioni improbabili. Secondo Itani, improvvisare, negoziare, prendere decisioni inaspettate è ciò che ci rende umani.
Ruolo attivo dei genitori (e del legislatore): i genitori devono servirsi di tutti gli strumenti tecnologici utili a controllare quello che fanno i bambini con l’IA (es. parental control). Ma, secondo Itani, l’educazione non basta se non è accompagnata da un ecosistema responsabile fatto anche di obblighi per i provider di costruire sistemi sicuri per i più giovani.
La visione più interessante arriva alla fine del pezzo: Itani immagina un futuro in cui esisteranno due versioni di ogni cosa, una automatizzata (standardizzata e veloce) e l’altra profondamente umana, imperfetta e per questo preziosa. Un mondo in cui i bambini potranno usare l’IA per inventare storie, mondi e avventure, ma continueranno a riconoscere il valore di ciò che è umano: un film, un disegno, una scelta.
È una lettura che consiglio perché, senza allarmismi né ingenuità, mette al centro del dibattito pubblico un tema centrale: l’educazione dei bambini. Dobbiamo occuparcene prima che - come per i social - sia troppo tardi.
🙏 Grazie per averci letto!
Per ora è tutto, torniamo la prossima settimana. Se la newsletter ti è piaciuta, sostienici: metti like, commenta o fai girare!




